Un mercato può essere fragile e vitale nello stesso momento
Dal taccuino di Andrea Bianchi — Esperienze, riflessioni e storie vissute in oltre trent’anni di fiere internazionali.
Quando ero a Dubai Derma non pensavo di essere davanti a un segnale.
Ero lì per fare quello che faccio da più di trent’anni: entrare in una fiera, camminare tra gli stand, incontrare aziende, osservare quello che succede intorno.
A distanza di qualche tempo, però, mi capita di tornare con il pensiero a quei giorni.
Forse perché la prima parte del 2026 aveva lasciato parecchi interrogativi sul Golfo.
Forse perché, mentre scrivo queste righe, le notizie che arrivano nuovamente dalla regione ci ricordano quanto rapidamente possano cambiare gli scenari internazionali.
O forse perché quello che avevo davanti agli occhi a Dubai raccontava qualcosa che, nei mesi precedenti, avevamo visto molto meno.
Un mercato che tornava a muoversi.
Non dico che fosse tornato tutto come prima.
Non credo nemmeno che oggi avrebbe senso dirlo.
Ma qualcosa era cambiato.
E si vedeva.
C’è una temperatura dei mercati che i numeri raccontano solo dopo
Dopo tanti anni passati nelle fiere ho imparato a osservare alcune cose.
Non sono indicatori economici.
Non finiscono nei report.
E difficilmente possono essere inserite in un foglio Excel.
Sono i corridoi.
Le conversazioni.
Il tempo che le persone trascorrono negli stand.
Gli appuntamenti che si susseguono.
Le domande dei buyer.
Le aziende che non sono lì soltanto per presidiare una posizione, ma perché stanno realmente cercando distributori, clienti, relazioni.
È una specie di temperatura del mercato.
Non pretende di sostituire i numeri, naturalmente.
Ma qualche volta li anticipa.
A Dubai Derma questa temperatura si percepiva.
C’erano aziende, operatori, buyer, incontri.
C’era soprattutto quella sensazione difficile da quantificare che conosce bene chi frequenta le fiere: la voglia di tornare a fare business.
Poi guardi i numeri e scopri che quella sensazione non era soltanto tua.
Dubai Derma 2026 ha superato i 25.000 visitatori professionali, con operatori provenienti da 114 Paesi e quasi 1.900 brand presenti.
Ma quei numeri, per me, sono arrivati dopo.
Prima erano arrivati i corridoi.
La parola che mi è rimasta in testa è “normalità”
Può sembrare strano parlare di normalità riferendosi a un grande appuntamento internazionale a Dubai.
Eppure è proprio quella la sensazione che ricordo meglio.
Non euforia.
Non l’impressione che improvvisamente tutti i problemi fossero scomparsi.
Normalità.
Persone che prendevano un aereo per incontrare altre persone.
Aziende che portavano i propri prodotti dall’altra parte del mondo.
Distributori che cercavano nuovi marchi.
Imprenditori che provavano a capire dove sarebbe arrivato il mercato nei mesi successivi.
In una fiera tutto questo è normale.
Ma quando arrivi da mesi nei quali tensioni geopolitiche, cambi di programma e incertezza hanno inevitabilmente pesato sulle decisioni delle imprese, quella normalità assume un valore diverso.
Perché una fiera internazionale richiede una cosa molto semplice e, allo stesso tempo, molto impegnativa:
decidere di esserci.
Significa investire denaro, persone, tempo.
Significa spedire.
Viaggiare.
Programmare.
Fissare appuntamenti.
In altre parole, significa continuare a immaginare che dall’altra parte ci sia qualcuno con cui valga la pena costruire qualcosa.
Ed è probabilmente questo il segnale più interessante che ho portato a casa da Dubai.
Poi torni a casa. E il mondo continua a cambiare.
Questa è forse la parte più difficile da raccontare.
Perché sarebbe comodo fermare la fotografia a quei giorni.
Una bella fiera.
Corridoi pieni.
Numeri importanti.
Un mercato che riparte.
Fine dell’articolo.
Ma i mercati internazionali non funzionano così.
E il Golfo, oggi, meno che mai.
Le tensioni della regione continuano a esistere e i nuovi annunci legati al conflitto ci ricordano quanto velocemente possano tornare in discussione rotte, collegamenti, investimenti e programmi.
Non avrebbe senso minimizzarlo.
Così come non avrebbe senso cancellare ciò che abbiamo visto a Dubai.
Le due cose possono essere vere nello stesso momento.
Un mercato può essere fragile e vitale.
Può convivere con un livello importante di incertezza e, contemporaneamente, continuare a costruire occasioni di incontro e di business.
Può rallentare senza scomparire.
E può iniziare a ripartire senza essere ancora tornato dove era prima.
Forse è proprio questa la fotografia più fedele del Golfo che mi porto dietro.
Quindi, il Golfo è tornato?
È la domanda che mi sono fatto più volte dopo Dubai.
E oggi penso che cercare un sì o un no sia probabilmente il modo meno interessante di rispondere.
Posso dire quello che ho visto.
Ho visto un sistema fieristico che tornava a mostrare vitalità.
Ho visto aziende internazionali che avevano deciso di esserci.
Ho visto interlocutori provenienti da mercati differenti incontrarsi nuovamente a Dubai.
E quello che ho osservato a Dubai Derma non sembra essere rimasto un episodio isolato.
La seconda parte del 2026 ha riportato nel calendario di Dubai appuntamenti internazionali importanti in settori molto diversi: turismo, tecnologia, beauty, energia, costruzioni.
Non significa che l’incertezza sia finita.
Significa che, nonostante l’incertezza, il sistema continua a muoversi.
È una differenza importante.
Perché continuiamo a guardare da questa parte
C’è un motivo per cui ciò che accade nel Golfo interessa così tanto le imprese italiane.
Anzi, ce ne sono diversi.
Ma quello che osservo nelle fiere è forse il più interessante.
Dubai non è soltanto un mercato.
È un punto di incontro tra mercati.
A Dubai Derma c’erano operatori provenienti da oltre cento Paesi.
E questo aiuta a capire perché, per una PMI italiana, partecipare a una manifestazione negli Emirati non significhi necessariamente andare lì soltanto per incontrare un cliente emiratino.
Da uno stand a Dubai possono passare interlocutori del Golfo, dell’Asia, dell’Africa, del Medio Oriente.
È una geografia commerciale molto più ampia della geografia politica.
Ed è uno dei motivi per cui negli anni abbiamo visto tante aziende italiane utilizzare le fiere della regione come piattaforme di internazionalizzazione.
Non significa che siano mercati semplici.
Non lo sono.
Non significa nemmeno che siano adatti indistintamente a ogni impresa.
Ma significa che quello che succede qui merita di essere osservato.
Soprattutto quando lo scenario diventa più difficile da interpretare.
Nei periodi facili guardiamo tutti gli stessi mercati
C’è una riflessione che Dubai mi ha lasciato e che forse va oltre il Golfo.
Quando un mercato cresce e tutto sembra funzionare, è facile interessarsene.
I numeri sono positivi.
Le aziende investono.
Le fiere crescono.
Arrivano nuovi operatori.
La direzione sembra evidente.
È quando qualcosa si interrompe che cambia il modo in cui lo guardiamo.
Qualcuno aspetta.
Qualcuno cambia mercato.
Qualcuno riduce la propria esposizione.
Qualcun altro continua semplicemente a osservare.
Non credo esista una risposta valida per tutti.
E soprattutto non credo che spetti a me dire a un’azienda quando entrare o quando uscire da un mercato.
Ma dopo tanti anni passati accanto alle imprese italiane nelle fiere internazionali, una cosa l’ho capita:
nei momenti di incertezza aumenta il valore della conoscenza diretta.
Perché leggere un mercato da lontano è necessario.
Frequentarlo permette di vedere altre cose.
Non una verità diversa.
Un pezzo in più della stessa realtà.
È anche per questo che continuiamo ad esserci
Forse questa è la parte più personale di questa riflessione.
In I-SPED abbiamo vissuto il Golfo in momenti molto diversi.
Abbiamo accompagnato aziende quando questi mercati correvano.
Abbiamo vissuto le difficoltà, i cambi di programma e le incertezze.
E continuiamo a tornarci.
Non perché sappiamo cosa succederà.
Sarebbe presuntuoso affermarlo.
Ci torniamo perché il nostro mestiere ci porta dove vanno le aziende.
E perché, occupandoci esclusivamente di fiere, abbiamo imparato che una parte importante del nostro lavoro consiste proprio nell’essere presenti.
Nei padiglioni.
Nei quartieri fieristici.
Nei mercati.
A Dubai Derma io c’ero.
E quello che ho visto mi ha lasciato una sensazione positiva.
Prudente, certamente.
Ma positiva.
Non quella di un mercato che ha cancellato le proprie fragilità.
Quella di un mercato che, pur dentro quelle fragilità, ha ricominciato a dare segnali di movimento.
Cosa accadrà nei prossimi mesi non lo sappiamo.
Ed è giusto dirlo.
Continueremo però a osservare quei segnali da vicino.
Perché è lì, molto spesso, che una fiera comincia a raccontare ciò che sta succedendo a un mercato.
Prima ancora che qualcuno riesca a metterlo in un grafico.
L’appunto del taccuino
Da lontano osserviamo i mercati attraverso le notizie.
Da vicino incontriamo le persone che continuano a costruirli.
Servono entrambe le prospettive per provare a capirli.
Siamo pronti ad affiancarti
In I‑SPED ti supportiamo prima, durante e dopo l’evento con una logistica su misura per il tuo successo internazionale.
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